Megastorie

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La carta d’imballaggio di una libreria, come per le storie contenute nei libri, partiva da un pretesto semplice (il logo) per un intreccio che costituiva la trama. Come una nuvola stilizzata avrebbe racchiuso i volumi da regalare. Una matassa schiacciata da sbrogliare facilmente, spacchettando la confezione. La sovrapposizione di un unico elemento base per ottenere un pattern avvia una serie infinita di variazioni sul tema. Sono queste che costituiscono l’immagine coordinata, e non la ripetizione ossessiva del marchio di fabbrica incurante di cosa accade intorno. Le variazioni sono l’immaginario frutto dell’interazione con il contesto. Chiesi al cliente di stampare piccole forniture sempre diverse senza nemmeno sottoporle al suo giudizio. Cambiavano i colori, le carte di base, le sovrastampe. Una continua sorpresa per tutti. Clienti, cliente ma soprattutto mia. Decidevo in fase di stampa, cambiavo idea in base al momento, alla luce, all’insoddisfazione. Avevo preparato una serie di pellicole di base che poi mescolavo a piacere, ruotandole e capovolgendole. Di ogni seduta di stampa conservavo una risma che serviva per le variazioni della volta successiva, come un lievito madre. Questa grafica interventista fu una delle cose più riuscite, almeno per quanto riguarda la prassi inusuale. Quanto al segno mi sono concesso il lusso di omaggiare due artisti che ammiro. Capogrossi e Keith Haring. Solo in tipografia toccava a me.