Chromatique vitae

Curriculum cromatico, portfolio a colori, le variazioni pantone. La carnagione della fantasia. chromatique largo Le tinte piatte sono comunque il frutto di una miscela di pigmenti differenti. Basta un niente per variare il risultato, questo è il bello, l’indeterminatezza tonale, quell’infinita possibilità che l’arcobaleno esprime in parte, riassumendola soltanto. Nello sceglierli si definisce la sfumatura di ciò che si vuole comunicare, un po’ come accade nell’intonazione del parlare. Ecco, i colori sono l’intonazione dei disegni, sono le gradazioni della voce. Sono pensieri inchiostrati. In un soffio puoi virare dall’euforico al malinconico. La cosa interessante è che gli ingredienti della tinta non sono soltanto quelli del barattolo, ma anche la luce, l’umore, le preoccupazioni, la distrazione. I colori respirano, subiscono l’influenza di ciò che li circonda, come tutti. Per questo motivo non sopporto il bilancino, ma preferisco affidarmi alla punta della spatola, così da identificare il più possibile il punto di non ritorno cromatico, che oltrepasso sempre. Poi non si torna indietro, altro spunto di riflessione generale. Però si può sempre andare avanti, alla scoperta di come tornare a testa alta. Partire è la prima tappa del ritornare. In questa galleria colorita sono raccolte pressoché le inchiostrazioni di tutti i lavori stampati in circa 15 anni. Costituiscono la matrice dell’inclinazione grafica. Se i lavori hanno un’anima questa è colorata. Inoltre, attraverso la cadenza, frequenza e ricorrenza di alcune scelte è possibile evincere le fissazioni, i periodi e gli stati d’animo. Insomma, l’abitudine consolidata ai limiti della mania è quella di fare diventare un lavoro a se stante anche le fasi tecniche necessarie ad un altro progetto, quelle prettamente funzionali, che non si prendono mai i meriti in prima persona. Sono con loro. Quindi basta ragionarci un poco, dargli un titolo qualsiasi e avere molta pazienza, che il lavoro viene da se. La particolarità di questo lavoro consiste nel fatto che l’impasto era eseguito dalle maestranze stesse, all’oscuro di tutto, così che il tratto risultasse quanto più naturale possibile. Ci sono tutti i giovani (così si chiamano qui) di bottega con i quali ho collaborato in tutti questi anni, riesco quasi a riconoscerne le calligrafie. Nella seconda metà degli anni novanta notai che i colori venivano miscelati su scarti di stampa, per non sprecare carta. Nel vedere quelle che consideravo vere e proprie opere d’arte calpestate per terra, ho chiesto per i miei lavori di utilizzare un foglio immacolato. All’inizio mi guardarono storto, ma poi si fecero convinti. La soddisfazione più grande è stata quando dopo anni di macchie giganti, uno dei ragazzi, credo si chiamasse Ernesto, fece la stessa cosa con un altro lavoro e lo appese come testata del suo letto. Invece di ingelosirmi, mi entusiasmai. Alcuni sono andati perduti, ma la gran parte sono tutti qui. Potrei buttare i lavori stampati, ma mai e poi mai mi priverei di queste nuvole a colori.